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I romanzi spesso forniscono informazioni più dirette sugli umori del tempo di quanto non facciano saggi, interviste e ricerche.
Per questo suggeriamo alcuni passi tratti da opere che non hanno certamente la finalità di dissertare sulla ricerca ed i ricercatori ma, in qualche modo, ne forniscono rappresentazione.


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PETROS MARKARIS,
La lunga estate del commissario Charitos,
Milano, Bompiani, 2007, pp. 1-3.

«Spieghi la candidata perché ha scelto questo argomento»
Indossa una blusa rossa e quei jeans che non si toglie quasi mai. E' come se la vedessi con indosso gli abiti di sempre. L'unica differenza è la giacca blu con una spilla sul risvolto, che ha messo appositamente per l'occasione. Le brilla il viso in un insieme di ansia e di caldo, perché siamo a giugno e a Salonicco l'umidità è insopportabile.
«Perché credo, signor Professore, che i problemi facili da affrontare, quelli complessi, e persino quelli irrisolti, oltrepassino i confini di separazione fra le scienze. Non sono più né squisitamente giuridici, né solamente politici. Volevo misurarmi con un problema del genere. O, per dirla altrimenti, volevo mostrare che il terrorismo non si risolve che tramite un approccio interdisciplinare».
Ha lo sguardo fisso sui professori. Evita di voltarsi verso l'aula dove siamo seduti noi. Forse teme che, incrociando i nostri sguardi, possa entrare in confusione.
Da quanti anni aspettavo questo momento? All'inizio, quando contavo solo fino alla laurea quattro, al massimo cinque se rimaneva indietro su qualche esame. Poi è stata la volta del dottorato e sono diventati otto. Da otto anni faccio i conti sullo stipendio, sperando che sia miracolosamente aumentato, ci metto dentro l'affitto e le spese di casa, calcolo i vestiti e le camicie che compro, le scarpe di Adriana, non faccio che fare i conti… a un certo punto, davanti a me hanno cominciato a passare invece dei biglietti da mille e cinquemila dracme, quelli da venti e cinquanta euretti, ma io non ci ho fatto caso, ho continuato a fare i conti. Ma alla fine, dopo otto anni, sono arrivato alla fine degli studi di Caterina.
«E' possibile considerare la privazione della vita che si verifica nel caso di un attentato terroristico come un'azione giuridicamente paragonabile alla privazione della vita che ha come movente l'asportazione dei beni di proprietà della vittima?»

«Ma cosa studia a fare?» mi dicevano i colleghi in centrale. «Fosse un ragazzo, d'accordo. Un ragazzo deve fare carriera perché domani si sposerà, metterà su famiglia. Ma una ragazza? Iscrivila alla scuola di polizia, la faranno entrare nel ruolo da qualche parte e avrà uno stipendio sicuro per tutta la vita.[…]»

Quando ho annunciato che era entrata a giurisprudenza a Salonicco, mi hanno guardato tutti un po' perplessi, con quell'aria di chi pensa: «Sei tonto ma non te lo dico.» Ogni tanto mi chiedevano: «Quando si laurea?». Quando ho detto loro, a denti stretti, quasi vergognandomi, che si era laureata ma continuava con il dottorato, è piombato lo stesso silenzio di tomba che avevo già incontrato ai tempi dell'iscrizione all'università. Solo Tzavaras, della sezione anticrimine economico, mi ha detto: « Ti stai mettendo nei casini».
Guardo Adriana che siede a tre posti di distanza. Ha trovato come giustificazione per stare per conto suo il fatto che voleva stare proprio di fronte a Caterina, per guardarla meglio. Ha indossato tutti i gioielli che le sono rimasti di sua madre, l'anello che le ho regalato io per il fidanzamento, quello del matrimonio più la collana che le ho regalato quando è nata Caterina.
«Com' è che sei bardata in questo modo, andiamo a qualche ricevimento?» le ho chiesto quando l'ho vista pronta per uscire.
«Se non mi metto i gioielli per festeggiare mia figlia quando me li metto?» […]
«A che servono le università e i dottorati, Kostas? Che diventi una brava donna di casa e trovi un buon ragazzo. Non dico: fa bene a imparare qualcosa, per avere uno stipendio e non dover dipendere dal marito. Per come sono diventate ora le coppie, domani potrebbe finire in un divorzio, Dio ce ne scampi! E importante che non rimanga a piedi. Ma di lauree e dottorati…che se ne fa?».

PETROS MARKARIS, La lunga estate del commissario Charitos, Milano, Bompiani, 2007, pp. 1-3.


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LEONARDO SCIASCIA,
La scomparsa di Majorana,
Milano, Adelphi, 1997, pp. 27-28.

«Sono nato a Catania il 5 agosto 1906. Ho seguito gli studi classici conseguendo la licenza liceale nel 1923; ho poi atteso regolarmente agli studi di ingegneria in Roma fino alla soglia dell'ultimo anno.
Nel 1928, desiderando occuparmi di scienza pura, ho chiesto e ottenuto il passaggio alla facoltà di fisica e nel 1929 mi sono laureato in fisica teorica sotto la direzione di S.E. Enrico Fermi svolgendo la tesi: "La teoria quantistica dei nuclei radioattivi" e ottenendo i pieni voti e la lode.
Negli anni successivi ho frequentato liberamente l'Istituto di Fisica di Roma seguendo il movimento scientifico e attendendo a ricerche teoriche di varia indole. Ininterrottamente mi sono giovato della guida sapiente e animatrice di S.E. il prof. Enrico Fermi.

Queste notizie sulla carriera didattica Ettore Majorana le scrisse nel maggio del 1932: evidentemente ad uso burocratico e molto probabilmente in accompagnamento alla domanda di una sovvenzione, al Consiglio Nazionale delle Ricerche, per quel viaggio in Germania e in Danimarca che Fermi lo aveva convinto a fare. E vi si nota, affatto negativa secondo burocrazia, la nonchalance con cui accenna alle proprie ricerche («di varia indole»: e altri le avrebbe invece minuziosamente elencate) e il «liberamente» che un po' contraddice l'affermazione di essersi ininterrottamente giovato della «guida sapiente e animatrice» di Fermi. Si sente in queste poche righe come una costrizione, una forzatura: il dover rispondere alle premure e sollecitazioni degli amici, il dover fare quel che gli altri facevano o quel che gli altri da lui si aspettavano, e insomma il dover adattarsi di un uomo inadatto.»
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LEONARDO SCIASCIA, La scomparsa di Majorana, Milano, Adelphi, 1997, pp. 27-28.


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